"Sono un ministro di Mussolini,

vado a morire con Mussolini"

giovedì 13 aprile 2017



FERNANDO MEZZASOMA
 L’ INTRANSIGENZA COME ATTO DI FEDE

Milano, corso Monforte, palazzo della pretettura: sono le 19 del 25 aprile 1945, si attende il ritorno di Mussolini dall'Arcivescovado dove è in atto l'incontro con il cardinale Schuster e con una delegazione del CLN. La situazione sta precipitando, e la tensione si tocca con mano, nel giardino, nei corridoi, nelle stanze del palazzo affollato di uomini in divisa ed in borghese. Nell'aria densa di ansiosa incertezza e di inquieti interrogativi, uno squarcio di serenità è offerto da un ministro della Repubblica Sociale Italiana che, senza tradire la gravità e l'emozione dell’ora, sta conferendo con il suo capo di gabinetto al quale chiede di riferirgli sugli ultimi eventi di lavoro al ministero.
La scena e l’atmosfera hanno un che di irreale, di kafkiano: non c'è più niente da chiedere, non c'è più niente da riferire, sta crollando tutto. L'unica cosa che rimane in piedi, inalterata, è questa manifestazione di dignitosa aderenza ad un ruolo e ad una funzione. Ma non è che il prologo di un’ancora più alta espressione di coerenza. Rientrato Mussolini dall'Arcivescovado, dopo aver anch'egli ricevuto le direttive per la partenza verso Como il giovane ministro -non aveva ancora compiuto 38 anni- riprende contatto con il capo di gabinetto. Dispone che il personale rimanga a Milano, lui solo avrebbe seguito il Duce. E' sbrigativo, insolitamente brusco, un atteggiamento preordinato in netto contrasto con l'indole abituale, un palese tentativo per arginare la commozione di un commiato che sa definitivo. Al più diretto collaboratore che, nello sciogliersi di un abbraccio frettoloso, la tensione emotiva del momento porta a pronunciare un breve, affettuoso interrogativo circa la sorte del suo capo, una risposta altrettanto breve: “Sono un ministro di Mussolini, vado a morire con lui”.

Dieci parole, la soluzione dell'equazione etica di Fernando Mezzasoma, ministro della Cultura Popolare della Repubblica Sociale Italiana, il suggello della sua vita e della sua morte.

L'uomo rappresenta una delle figure più limpide ed esemplari del fascismo, uno dei pochi che ne abbia saputo interpretare ed esprimere compiutamente i presupposti e le matrici ideali. Le coordinate della sua esistenza costituiscono l'immagine più fedele di quello che avrebbe dovuto e potuto essere e non fu, l'elaborazione in termini ideali e comportamentali di un modulo paradigmatico proiettato verso obiettivi lontani facenti parte di un sistema superiore, veri e propri “miti da conquistare” secondo una formulazione cara a Sorel.

L'ideologia fascista, comunque la si riguardi ed a prescindere dal consentire o meno con essa, è stata per la realtà italiana un lusso che questa non era in grado di potersi permettere, un qualcosa di troppo grande, fuori misura. Se è vero che il fascismo è stato squisitamente italiano nella sua ragion d’essere storica e nel suo divenire fenomenologico, è altrettanto vero che quello italiano era certamente il contesto sociale meno idoneo a gestirne la tensione ideale che ne costituiva il presupposto di base. Un limite, una penalizzazione antropologica di carattere fisico e culturale insieme che non avrebbe tardato a rivelarsi non appena cessato, il clamore dei trionfalismi dei momenti facili e della romanità di cartapesta, si fosse arrivati all'appuntamento impietoso delle prove senza appello.

Nella sua formulazione originaria, prima ancora che rivoluzione delle cose quella fascista doveva essere rivoluzione delle idee, o meglio dello spirito, una trasformazione delle coscienze che doveva precedere la trasformazione delle strutture. Quella fascista era una rivoluzione che mirava a costruire, non a distruggere, a fare un deserto della società nel cui ambito si era sviluppata, così come era stato per quella francese e per quella bolscevica. Doveva rappresentare una produzione continua di valori che non poteva che tradursi in un'etica del sacrificio, quasi una sorta di morale della sofferenza avente come presupposto la consapevolezza della durezza originaria ed inalterabile della vita intesa, in chiave darvinistico-sociale, come lotta. Una sorta di pessimismo razionale, attivo, critico, virile, stimolatore di volontà, per il quale all'anelito ideale si associava anche un vivo senso di concretezza e di realismo, in una simbiosi capace di sfumare la contrapposizione intellettiva che d'altra parte, in qualsivoglia ideologia, ha titolo di presenza quando non si commetta l'errore di voler vedere la stessa come una costruzione caratterizzata dalle concordanze, dalle uniformità, dalle perfette intersezioni e sovrapposizioni. Le idee, ha scritto Brasillach, nascono soltanto dal contatto con le realtà terrestri, vicine come sono a quel che si è sentito e vissuto. Il fascismo, nella sua concezione della vita, poneva delle antitesi: la supremazia dell'intuizione sul raziocinio, della sintesi sull'analisi, dell'immediatezza sulla mediazione, del gesto plastico sul convincimento logico, dell'intensità sulla durata. Era il punto di incontro (o di scontro) di irrazionalismo e di positivismo élitistico, di idealismo e di spiritualismo. Non era una tesi “a priori”, ma una dottrina creata nel corso dell'azione; ed una dottrina non consiste soltanto nelle esplicite formulazioni teoriche ma anche, e forse specialmente, in tutto uno stato d'animo, in tutto un atteggiamento, in tutta una concezione di vita non meno vera e precisa di quelle tali formulazioni.
Ma il fascismo parlava di vita scomoda, di sacrificio, di combattimento. Ed è arduo, molto arduo, poter credere a posteriori che la realizzazione di tutto ciò avrebbe potuto avvenire in un contesto quale quello italiano se appena si riesce a sganciarsi dall'immaginario retorico di ciò che, a livello di anima collettiva, si vorrebbe essere e ci si cala invece nella realtà, invero poco edificante, di ciò che in effetti si è. Questa presa di coscienza, sgradevole ma doverosa, rende ancora più luminosa la figura di quei pochi che vissero l'Idea sul metro di un'interiorità profonda e continuamente alimentata, entusiasta e nel contempo sofferta perché quotidianamente posta di fronte all'altro modello interpretativo, quello dei molti per i quali il fascismo rappresentava non più che una costruzione solida, comoda, utile, nella quale adagiarsi e trovare ricetto.

Tra quei pochi, Fernando Mezzasoma. Una personalità inconfondibile, in grado di armonizzare al meglio valori spirituali e sostanziali, proiettata verso un ideale ancor prima che verso un'ideologia.

Era nato a Roma il 3 agosto 1907 da una famiglia della piccola borghesia trasferitasi poco tempo dopo a Perugia, dove il padre era impiegato presso la Banca d’Italia. La morte del genitore, avvenuta nel 1920, costringeva Fernando, ancora adolescente, ad impegnarsi in lavori saltuari per aiutare il bilancio familiare, non trascurando nel contempo di continuare a studiare conseguendo dapprima il diploma di ragioneria e stenografia ed, in seguito, anche la laurea in scienze economiche. Il primo impiego lo trovava in un'autorimessa, presso la quale rivedeva i conti e dava una mano nel disbrigo della corrispondenza e delle incombenze di ufficio in genere. Ma era una condizione piuttosto mortificante e precaria, ed il giovane Mezzasoma non esitava a rispondere ad un’inserzione apparsa su un giornale attraverso la quale l'avvocato Amedeo Fani, all'epoca Consigliere Nazionale del P.N.F. ed esponente di rilievo dell'ambiente politico perugino, cercava un segretario. Divenutone in breve il braccio destro, tale rimaneva, a maggior ragione, allorché Fani, nominato sottosegretario al ministero degli Esteri nel settembre 1929 in sostituzione di Dino Grandi, si trasferiva a Roma.

La capitale doveva rappresentare un trampolino di lancio per l'attività politica di Mezzasoma, consentendogli di stabilire le prime importanti conoscenze e di mettere in evidenza le proprie non comuni doti intellettive e morali. Iscritto al P.N.F. sin dal 1921, nella seconda metà del 1932, venuto meno il rapporto di lavoro con Fani che nel luglio dello stesso anno aveva passato le consegne a Fulvio Suvich, diveniva membro del Direttorio Federale di Perugia e Segretario del GUF della stessa provincia, incarichi che ricopriva sino al 1935 in contemporanea, negli ultimi due anni, con la direzione del “L'Assalto”, organo della federazione fascista umbra del quale era stato collaboratore dal 1925 e poi anche redattore capo. Nell’aprile 1930 era stato nominato Vice Presidente della Scuola di Mistica Fascista. Dal 1935 all'inizio del 1937 la posizione in seno al GUF assumeva carattere nazionale, con la nomina a Vice Segretario Generale (corrispondente, in effetti, alla massima dirigenza dell'organizzazione universitaria fascista, dal momento che l'incarico di Segretario Nazionale competeva al Segretario del Partito in quanto tale: l'attribuzione di queste funzioni gli aveva impedito di veder accolta la domanda di arruolamento volontario per la campagna d'Etiopia), mentre dal 12 gennaio 1937 al 23 febbraio 1939 assurgeva a membro del Direttorio Nazionale del P.N.F. Divenuto anche Consigliere Nazionale, da tale data avrebbe ricoperto la carica di Vice Segretario del Partito, mantenuta sino al 9 marzo 1942 sotto le gestioni di Starace, Muti, Serena e Vidussoni. Dal marzo dello stesso anno e sino al 25 luglio 1943, svolgeva le funzioni di Direttore Generale della stampa italiana presso il ministero della Cultura Popolare con i ministri Gaetano Polverelli e Renato Rinaldi.

Negli undici anni durante i quali si era andata esplicando la propria attività di dirigente politico, Fernando Mezzasoma aveva avuto modo di mettere in evidenza tutti gli aspetti di una personalità di non comune spessore intellettivo e morale. In proposito, vi è una concordanza assoluta, unanime, nelle testimonianze di quanti gli sono stati vicini in una comunione di lavoro e di fede; né a questo riconoscimento si sono potuti sottrarre anche quelli dell'altra parte, impossibilitati, pur nella foia antifascista omnidissacrante, a negare o a svilire in qualche modo la statura del personaggio. Viveva secondo un modello ideale, senza sforzo, nelle grandi come nelle piccole cose, consapevole che l'esempio è più dell'eroismo, è la regola e non l'eccezione, è la continuità, non il momento. Il suo esempio si traduceva tutto in atti di vita. Non era un moralista, era piuttosto un uomo dotato di grande senso morale. Nessuno era meno gerarca di lui, nel significato formale e deteriore del termine, ma nessuno era più di lui compreso delle responsabilità, dei doveri e delle sostanziali prerogative della gerarchia intesa, piacesse o no, come una derivazione diretta ed inevitabile della fondamentale diseguaglianza dalla quale era segnato il destino umano. Era semplice perché credeva a quello che faceva. I suoi problemi interiori non erano i problemi del “perché”, erano i problemi del “come”. Il “perché” era scritto a lettere indelebili nel grande libro della sua coscienza, e non era un “perché” fatalistico, era un “perché” di fede.

Non è un caso che, ancora ventitreenne, fosse entrato a far parte, ed in una posizione di primo piano, di quella Scuola di Mistica Fascista che doveva fungere da centro ideologico teorizzatore e propulsore dei principi politici, etici e filosofici della nuova concezione fascista della vita proposta nel suo nucleo più puro ed autentico, un richiamo alla vocazione volontaristica ed attivista del fascismo delle origini, una dimensione generosa, entusiasta, vitale, devota senza preclusioni o riserve. Fra il 1930 ed il 1940 i “mistici”, raccolti intorno a figure come quelle di Niccolò Giani, di Guido Pallotta e di Fernando Mezzasoma erano assurti al rango di nuovi ideologi del regime. Con loro tornava alla ribalta l'anima più genuina e credente di un fascismo fideista alieno da mezze misure e compromessi, che si riferiva alle matrici ideali del primo fascismo, a ciò che esso rappresentava in termini di dedizione, combattività, intransigenza. Erano, veramente i protagonisti del “fascismo dello spirito”, quello che alla rivoluzione conquistatrice del potere voleva far seguire la rivoluzione rinnovatrice del costume e della società, quello che non si accontentava di scavare nella Storia ma voleva scavare nelle coscienze. L'espressione della loro coerenza di pensiero e di azione si sarebbe manifestata nel modo più chiaro il 10 giugno 1940, allorché la totalità dei “mistici” chiedeva il richiamo alle armi “raccomandandosi” presso la segreteria particolare del Duce affinché le destinazioni riguardassero i più rischiosi reparti delle forze armate.

Questa volta, nessuno riusciva ad impedire a Fernando Mezzasoma l'arruolamento volontario quale tenente nel 7° reggimento di artiglieria da campagna della Divisione “Cremona”. Terminate le operazioni sul fronte alpino occidentale, nel corso delle quali era stato decorato con una medaglia di bronzo al v.m., Mezzasoma proseguiva la propria esperienza bellica in Africa Settentrionale con la 1° Divisione Camice Nere “23 Marzo”, prendendo parte alla prima vittoriosa avanzata su Sidi el Barrani. Una medaglia d'argento ai v.m. andava ad arricchire il suo medagliere.

I contenuti ideali ed intellettuali del giovane dirigente trovavano agevole proiezione nella sua facile penna. Sin dai tempi di Perugia, era iscritto all'albo dei giornalisti. Oltre alla direzione de “L'Assalto” già menzionata, nel 1935 aveva collaborato all'altro “Assalto”, quello più noto di Bologna, così come a “Libro e Moschetto” del quale dal 1938 al 1940 era stato condirettore responsabile. Aveva diretto anche “Passo Romano”, fino al gennaio 1942, ed era stato condirettore de “Il libro italiano” de “Il libro italiano nel mondo” e di “Dottrina Fascista”, la rivista della Scuola di Mistica. Numerose le collaborazioni a diversi periodici quali “Costruire”, “Universalità Fascista”, “Politica Nuova”, “Gerarchia” e “Meridiani”. Era intervenuto anche nell'elaborazione del “Dizionario Politico” del P.N.F., curandone la presentazione e l'ampia voce sui GUF.

Molti degli articoli, firmati con lo pseudonimo di “Diogene” e pubblicati su “L'Assalto” di Perugia e su “Libro e Moschetto”, erano stati raccolti in un volume dal titolo “Aspetti di vita borghese”, edito a Foligno nel 1935. La tematica era una delle più care all'autore, che polemizzava con la borghesia intesa non tanto e non solo come categoria socio-economica quanto invece politico-morale, come abito mentale, come stato d'animo, come atteggiamento dello spirito, come complesso di gusti e di abitudini, come modo di vivere. La rivoluzione fascista, sosteneva Mezzasoma, vista nei suoi diversi obiettivi storici, economici e morali, voleva essere il superamento e la negazione della borghesia, di quella morale come di quella economica, perché il fascismo si era prefisso di governare non in nome di una classe ma in nome della nazione.

Un'altra nota costante nella pubblicistica di Fernando Mezzasoma era quella dei giovani come “forza nuova”, un anelito al rinnovamento dei quadri della vita nazionale. Ma ancora più dominante, espressione di una matrice spirituale che il tempo, anziché scalfire, avrebbe reso ancor più salda ed incrollabile, la tematica dell'intransigenza e della fede che ne costituiva presupposto inscindibile. L'articolo “La parola d'ordine per le battaglie future” su “L'Assalto” del 26 novembre 1927, così affermava: “...noi giovani che il fascismo seguimmo sempre con passione e con grande fede per esso soffrimmo e lottammo contro il menefreghismo e lo scetticismo, noi giovani vorremo che la parola d'ordine fosse sempre la stessa quella delle dure battaglie che i nostri fratelli maggiori combatterono e vinsero; quella che fece sempre ripudiare certo collaborazionismo più o meno insincero, quella a cui furono ispirate tutte le azioni del fascismo in questi primi 5 anni di travaglio di fatiche e di costruzione: intransigenza”.

Il concetto era ribadito 13 anni dopo, su “Libro e Moschetto” del 6 gennaio 1940, ed è forse ancor più significativo perché l'articolo era dedicato al “Centro di preparazione politica per i giovani” inaugurato alla Farnesina tre giorni prima: “...Il Centro vuole essere una scuola di fede e di esperienza rivolta a moltiplicare nei giovani quelle doti che devono caratterizzare l’”uomo fascista”: la disciplina silenziosa e cosciente, l'abitudine all'obbedienza senza la quale non si può meritare il privilegio del comando, l'intransigenza della fede, la sola forza che possa “muovere le montagne”, la necessità del sacrificio come mezzo indispensabile di ogni conquista, l'ansia dell’elevazione come modo di concepire la vita, la gioia del combattimento come fine supremo della propria esistenza”.

E su questo tema, struttura portante della propria equazione esistenziale, Mezzasoma tornava circa un mese dopo, in occasione del 1° Convegno Nazionale della Scuola di Mistica Fascista. Nella sua relazione, dal titolo “Perché siamo mistici”, ecco riproporsi “...la fede autentica, la nostra bella fede intransigente, la fede che è parvenza delle cose sperate e argomento delle non parventi, la fede che ci sublima e senza la quale arioso sarebbe parlare di mistica”.

La stampa fascista, nel clima di inveterata malafede che da 50 anni caratterizza qualsiasi ricostruzione “ufficiale” di quel periodo, è stata indiscriminatamente liquidata come semplice cassa di risonanza per le “veline” emanate dal Ministero della Stampa e Propaganda prima e da quello della Cultura Popolare poi, priva quindi di nerbo, personalità ed idee. Se questo può essere vero per quanto concerne i quotidiani, fonti immediate dell'informazione corrente e come tali soggetti a direttive di orientamento, non lo è certamente per ciò che riguarda riviste e settimanali, sui quali il dibattito politico-culturale aveva agio di manifestarsi e spesso con un accentuato spirito critico (ricordiamo, fra i tanti i più noti a livello nazionale: “Critica Fascista” di Bottai, “Il Secolo Fascista” di Fanelli, “L’Italiano” di Longanesi, “Il Selvaggio” di Maccari, “L'Universale” di Ricci, “Vent'anni” di Pallotta, e “Nuovo Occidente”, “La Piazza”, “Impero Fascista”, ecc.). Ma forse ancora più attivi in questo senso erano i periodici di provincia, in genere portavoce dei GUF locali, particolarmente attivi nel decennio 1930-1940: “L'Assalto” a Bologna, “Il Bargello” e “Rivoluzione” a Firenze, “Roma Fascista”, “Libro e Moschetto” a Milano, “Il Campano” a Pisa, “Il Bo” a Padova, “9 Maggio” a Napoli, “L'Appello” a Palermo, “Santa Milizia” a Ravenna, “Il Ferruccio” a Pistoia, “Eja” ad Ascoli Piceno, “Calabria Fascista” a Cosenza e tanti altri ancora. Erano vere e proprie “palestre libere” di idee, di proposte, di polemiche sul piano politico e su quello culturale, talora pungenti e fuori dai denti, una vera scuola di giornalismo. Erano espressione di una vivacità che poi, da alcuni loro protagonisti con la fregola postfascista di rifarsi una verginità, sarebbe stata chiamata “fronda antifascista”, mentre era un'impostazione critica non “contro” il fascismo ma “nel” fascismo, un tentativo per rivitalizzarlo e rinnovarlo dal di dentro. In un corsivo su “L'Universale”, Berto Ricci chiedeva esplicitamente meno “trombonate”, meno magniloquenza ridondante e, rifacendosi agli esibizionismi di certi gerarchi e di alcuni giornalisti turiferari, affermava che “un'adunata non è Austerlitz, un treno festivo non è la marcia su Roma, chiediamo buon senso, misura, buon gusto”. Una voce, fra le altre, riecheggiante il rammarico di una collettività che percepiva di non poter raggiungere il livello di grandezza al quale era stata chiamata.

Quando era direttore generale della stampa italiana, Fernando Mezzasoma aveva garantito impulso e tutela ai fogli di provincia, salvaguardandone l'equilibrio tra fedeltà ed intelligenza, ammettendo la critica ma contrastando il deviazionismo. Nella sua visione etica, gli intellettuali non dovevano restare nella loro torre eburnea ma calarsi nell’azione, mettersi al servizio di una causa e di una battaglia che erano le stesse dell'intera nazione. Al di là comunque delle idee più disparate, dibattute con libertà e spirito costruttivo da giovani tra i 20 ed i 30 anni che si accapigliavano con gusto, uno era il presupposto concettuale di fondo, tenace, fermo, ribadito con pertinacia: la rivoluzione fascista sarebbe stata tale solo se fosse riuscita a creare un nuovo tipo di italiano. Ecco, in questo risiedeva la loro “eresia" nei confronti di un fascismo impastoiantesi sempre più in apparato burocratico e conservatore e sempre meno in linea con la predicazione.

Per uno spirito intelligente come Mezzasoma, la politica non era solo un problema di organizzazione sociale ed economica ma un problema morale, la possibilità di realizzare una certa concezione della vita, una certa estetica. E d'altronde, un cambiamento storico è sempre anche un cambiamento nell’immagine dell'uomo: di conseguenza, ogni assunzione di posizione politica non poteva, per un uomo della sua caratura etica, non essere anche una presa di posizione esistenziale.

Il 25 luglio aveva sorpreso Mezzasoma in una piccola località dell'Umbria dove la famiglia era sfollata. Il giorno successivo, rientrato a Roma, si recava al ministero della Cultura Popolare dove passava le consegne ed opponeva un fermo diniego all'invito, rivoltogli dal nuovo ministro del governo Badoglio, a rimanere al proprio posto. Ribadiva che dopo aver propugnato per tutta la vita l'ideale fascista ed essere assurto nel P.N.F. a cariche tra le più elevate, non riteneva compatibile la sua presenza con la situazione politica venutasi a determinare. Trascorreva il resto di quella penosa estate del 1943 in seno alla famiglia, solo lenimento alle inquietudini ed ai turbamenti dell'animo. Il 6 gennaio 1938 aveva sposato Anna Deri, una bella e simpatica ragazza ungherese che, fruendo di una borsa di studio, frequentava la facoltà di giurisprudenza a Roma. Dal matrimonio erano nate tre bambine, Attilia, Giuseppina e Vittoria, ed un maschietto morto però dopo appena due mesi. Nessuno, nel frattempo, lo aveva molestato: troppo alte erano, da parte di tutti gli abitanti della zona, La considerazione e la stima per l'uomo e per la sua dirittura morale.

La sera del 15 settembre una nota dell’agenzia Stefani comunicava che Mussolini aveva ripreso la direzione del fascismo, nominando Pavolini segretario provvisorio del partito: il 16 mattina, Fernando Mezzasoma imboccava la strada per Roma, per incontrarlo e riaprire con lui, a palazzo Wedekind in piazza Colonna, La sede del Partito Fascista Repubblicano.

Si dedicava, con il senso del dovere e l’impegno che gli erano abituali, alla riorganizzazione della struttura, ricevendo camerati, diramando ordini, cercando di rimettere in piedi un apparato caduto in frantumi. Per molti rappresentava un punto di riferimento, una garanzia, il senso della continuità. “Era la nostra coscienza fatta persona”, così ha compendiato Almirante il sentimento che dalla presenza dell'uomo promanava. La formazione del nuovo governo repubblicano attribuiva a Mezzasoma il ministero della Cultura Popolare.

Verso la fine di settembre si recava a Venezia, dove a Palazzo Volpi si installavano i primi uffici del dicastero. Circa un mese dopo si trasferiva a Salò, a villa Amadei, con il capo di gabinetto e la segreteria particolare, mentre in altri edifici della cittadina erano dislocati la direzione generale della stampa italiana, l’intendenza, il servizio intercettazioni radiofoniche ed alcuni uffici amministrativi. Su un binario morto poco sopra Salò, un treno reale con i suoi tre saloncini fungeva da foresteria. Fino al 4 giugno 1944, fu presente a Roma una “sede Sud” del Ministero, che ne riproduceva in piccolo tutte le componenti strutturali.

Si trattava di un organizzazione complessa, forse ancor più di quella in atto prima del 25 luglio. E d'altro canto va considerato come nella RSI, a differenza di altri ministeri la cui identità, strettamente collegata all'integrità del territorio nazionale e ad uno stato di normalità, non andava oltre quella di “ufficio stralcio”, il dicastero della Cultura Popolare, imperniato sull'attività di propaganda, assumeva un ruolo ed un'importanza tanto maggiori quanto più la situazione generale andava aggravandosi, acquisendo attribuzioni prima d’allora inconsuete. Fra queste, curata personalmente da Mezzasoma su incarico fiduciario del Duce data la sua particolare delicatezza, La gestione delle relazioni, ortodosse e no, tra il governo della RSI ed i territori dell'Alto Adige e della Venezia Giulia, i famosi Adriatisches Kustenland ed Alpenvorland, sui quali i tedeschi avevano iniziato ad esercitare un controllo diretto subito dopo l’8 settembre. I numerosi tentativi da loro messi in atto per far diluire l’italianità di quelle terre furono controbattuti dalla vigorosa azione di propaganda, anche clandestina, attivata dal ministro della Cultura Popolare, che intratteneva rapporti diretti e segreti con ambienti italiani locali a scopo informativo e di reciproco appoggio.

Ma un altro aspetto del rapporto fiduciario che Mussolini intratteneva con Mezzasoma, al di là dei compiti istituzionali connessi con il dicastero da lui retto, è testimoniato dal fatto che, quando l'ambasciatore Rahn aveva rimesso al Duce la proposta di legge antiebraica, analoga a quella vigente in Germania, affinché anche la RSI vi si adeguasse, il capo del governo aveva consegnato il plico a Mezzasoma ordinandogli di chiuderlo in un cassetto e di rispondere negativamente, come in effetti sarebbe avvenuto, a qualsiasi richiesta potesse pervenire da parte dell’autorità civili e militari tedesche.

L’attività di lavoro di Mezzasoma era notevole, con punte anche di 14-18 ore giornaliere, alternantesi fra gli impegni del proprio ufficio a Salò, i contatti quotidiani con Mussolini a Gargnano, le incombenze politiche e propagandistiche in altre località. Ma il compito più oneroso era certamente quello di controllare, in un periodo del genere, la stampa nazionale. Da Salò non era possibile, il più spesso, inviare tempestive direttive ai quotidiani delle maggiori città né ricevere sempre con regolarità copia degli stessi; e tanto meno si poteva fare affidamento sui collegamenti telefonici, sovente interrotti dai bombardamenti o dai sabotaggi. A tutto ciò andava aggiunto l'ostruzionismo dei tedeschi, incapaci di comprendere la necessità di una massiccia campagna giornalistica e pertanto sempre più avari nelle assegnazioni di carta e più avidi nell'appropriazione degli impianti tipografici.

Fu un periodo difficile, drammatico, dove ai traumi oggettivi di una guerra che si combatteva sulle e dietro le linee del fronte si associavano le difficoltà create dalla confusione degli animi, dai velleitarismi, dalle recite a soggetto, dall'esuberanza di passioni e sentimenti, dal coesistere di ambiguità e purezza, da personalismi mai sopiti e che nemmeno la tensione dell'ora riusciva a contenere. Solo uomini della tempra di un Fernando Mezzasoma potevano riuscire a procedere, nel marasma delle coscienze e dei comportamenti, lungo una linea di dignitosa fermezza e di coerenza, di serena, fidente accettazione: “Qualsiasi cosa avvenga, avremo avuto la fierezza di vivere un grande periodo”, queste le sue parole all'amico di sempre Fernando Feliciani nell'aprile 1945, poco prima della fine. Ma forse, nel più profondo recesso dell'animo, anche una punta di soffusa “invidia” per Ricci, Giani e Pallotta ai quali la morte in guerra aveva risparmiato la dissolvenza di una speranza e di un sogno. Giorgio Almirante, che quale suo capo di gabinetto gli fu particolarmente vicino in un rapporto che non era solo di collaborazione ma anche di amicale dimestichezza, ha ricordato come egli continuasse ad agire per un avvenire che non gli apparteneva molto più che per un presente che gli sfuggiva di mano. E così intimamente credeva nella sua concezione della vita che il crollargli addosso di macerie morali e materiali ad altro non lo induceva che a sentirsi più certo e più chiaro, conferendogli la forza di staccarsi dal tempo e di commisurare le ore dell'esistenza su paradigmi di permanenti verità morali. Era la conferma di quel sereno senso di religiosità della vita che da sempre era stato in lui manifesto in ogni atteggiamento, al di là della pratica di un cattolicesimo tanto più compostamente vissuto quanto più profondamente sentito, con quella riservatezza tutta umbra che gli era tipica.

Aveva tenuto il primo rapporto ai direttori dei giornali il 12 gennaio 1944. Non vi sarebbe stata censura preventiva, aveva detto, tranne quella, ovvia, sulle notizie di carattere militare (sotto questo aspetto, erano anche i termini di un accordo con la “Propaganda Staffel”, organo tedesco incaricato del controllo della stampa italiana istituito dal Feldmaresciallo Rommel). Ma pochi mesi dopo, nel maggio, gli addetti stampa presso le singole prefetture erano stati incaricati di ripristinare una preventiva revisione politica. In una relazione a Mussolini del 27 dello stesso mese, Mezzasoma riconosceva a malincuore che il non ricorso alla censura non aveva dato i risultati sperati, specie per la scarsa maturità ed il carente senso di responsabilità della maggior parte dei giornalisti italiani. Ed era rammaricato di ciò perché, affermava, la censura preventiva era destinata a provocare la mortificazione delle intelligenze e della volontà, conducendo la stampa verso il pericolo dell'uniformità che, togliendole mordente ed interesse, ne avrebbe compromesso l'efficacia, mentre gli stessi direttori avrebbero finito con l'adattarsi volentieri al sistema del controllo preventivo che li avrebbe resi immuni dal rischio e dalle responsabilità.

Lo stimolo per il ripristino della censura era stato offerto, soprattutto, da un appello alla “discussione” lanciato alla fine di marzo 1944 sul “Resto del Carlino” dal direttore Giorgio Pini, raccolto da molti altri giornali che tessevano l'elogio di pubbliche assemblee “liberalissime” e “tumultuose” da indire perfino nelle piazze per dibattere i problemi del momento. Il 7 aprile perveniva ai prefetti una circolare a firma di Mezzasoma da diramare ai direttori dei giornali. Era la risposta chiara, essenziale, realista a quanti, sia pure in buona fede, avevano perso (se mai l'avevano posseduta) la esatta consapevolezza del momento che si stava vivendo e della posta in gioco: “...il risultato è quello di persuadere gli italiani che la necessità più urgente del momento è quella di discutere, come se questo fosse il solo mezzo idoneo a salvare la Patria, la quale ha invece bisogno di uomini disposti a cercare nei ranghi dell'esercito il punto di incontro delle loro idee politiche, piuttosto che in pubblici arenghi dove gli 'attendisti’ trovano facilmente il conforto di nuovi alibi alla loro diserzione. Si discuta pure, ma non si continui ad invocare la discussione. Si critichi, ma non si insista nel lamentare che la critica non sarebbe consentita. Si abbia il coraggio di dire la verità e di documentarla, invece di affermare che non bisogna aver paura di dirla. Si faccia della propaganda, e non si sciupino inchiostro e spazio per discutere sui giornali intorno ai metodi della medesima... Questo è il dovere che dobbiamo assolvere senza ulteriori e delittuosi indugi, se non vogliamo che nella bandiera della Repubblica Sociale Italiana, al posto del verbo 'combattere', si debba scrivere il verbo 'discutere', che non potrà mai costituire la parola d'ordine di un popolo il quale voglia veramente riconquistare indipendenza ed onore” (1).

La stessa posizione intransigente che lo avrebbe portato, 3 mesi dopo, a sollevare dall’incarico di direttore di “Repubblica Fascista” Carlo Borsani, medaglia d'oro al v.m. cieco di guerra e presidente dell'Associazione Nazionale Mutilati. Questo profilo dell'uomo, la sua purezza ed integrità, dovevano far si che per Mezzasoma fosse oltremodo penoso dover prendere tale risoluzione. Borsani faceva parte, con altri, della corrente della distensione, fautore di un discorso “al di sopra delle barricate” da rivolgere alla grande quantità di giovani sviati, disorientati, impauriti ai quali si sarebbe dovuto parlare il linguaggio dell'amore e della fratellanza. Ed in una serie di articoli, aveva lanciato l'appello alla gioventù italiana perché si unisse su un piano di solidarietà che prescindesse da ogni partito e da ogni personalità passata o recente. Una formulazione poetica, lirica, nobilissima, un anelito in misura d'amore, peraltro assolutamente fuori dalla realtà di un'ora che non consentiva ormai più scorciatoie di ritorno, per nessuno, da una parte come dall'altra. “...per noi fascisti, caro Borsani, non può esservi altro punto d’incontro all'infuori di questo: la vecchia bandiera fascista ,quella per la quale e contro la quale il mondo si è schierato in due campi opposti. Tutti gli appelli all’amore, tutti gli abbracciamenti più o meno patriottici sanno di rinunzie e compromessi che noi fascisti non possiamo accettare”. E in un post-scriptum, aggiungeva: “All’indomani della pubblicazione del tuo articolo (si riferiva all'editoriale “Per incontrarci” del 10 luglio 1944 - n.d.r.) è uscita sui giornali la notizia dell'assassinio a tradimento di 10 uomini della Xa, reduci dalla battaglia per la difesa di Roma. Tra i caduti è il comandante Bardelli, che aveva parlato ai fuorilegge il linguaggio della fratellanza nel nome della Patria” (2).
La stessa posizione intransigente che lo avrebbe portato a richiamare i giornalisti al rispetto di una deontologia che prima ancora che professionale era umana. Accanto infatti a giornalisti che, pur consapevoli di trovarsi in una posizione ad alto rischio, non si tiravano indietro e mantenevano una linea di franca coerenza, verso la primavera del 1944 cominciavano a manifestarsi casi di colleghi che, pur continuando a lavorare per le varie testate, tendevano a “mimetizzarsi”: alcuni si dedicavano ad articoli non legati all'attualità, altri firmavano i loro elaborati con nomi di fantasia o con sigle. Il vento spirava sempre di più in una direzione e, secondo l'inveterato costume italico, era bene cominciare a pensare al modo più opportuno per abbandonare la nave. Ma non era certo ad un uomo della levatura di Fernando Mezzasoma che si sarebbe potuto far tollerare un tale livello di meschino opportunismo. Il 25 aprile 1944 partiva la prima “bacchettata”: “Si rileva che la stampa quotidiana e periodica fa abuso di scritti non firmati e contrassegnati da pseudonimi. Si ricorda che l'attuale momento esige da ognuno chiari atteggiamenti e precise responsabilità”. Il 4 novembre il concetto veniva ribadito con la stessa incisività: “Viene segnalato un abbondare di articoli anonimi. I lettori desiderano conoscere delle opinioni precise e perciò sottoscritte. D'altra parte il momento attuale impone una risoluta consapevolezza dei doveri e delle responsabilità. Gli articoli devono essere firmati a cominciare da quelli dei direttori” (3).
Un altro giornalista, Benito Mussolini, circa un mese dopo, in un lungo telegramma ai capi delle province, compendiava con l'abituale incisività una situazione, quella della stampa, che rappresentava una chiara proiezione del fluire confuso e disordinato di punti di vista e stati d'animo: “Si va da una stampa incolore ed attendista a fogli dove le idee più sfasate ed i furori letterari si alternano in uno sforzo che vorrebbe essere giacobino ed è semplicemente velleitario...Non si possono improvvisare serenate sotto le finestre degli uomini delle più varie tendenze ed idee i quali rispondono a colpi di pistola”. (4)
L'azione di Mezzasoma durante la Repubblica Sociale fu di intransigenza, di severità fermentata da fede spiritualmente mistica. Era l'ora dei grandi impegni personali, perché la Repubblica Sociale, sorta dalla disperazione e primo anelito di speranza sopra le rovine dell'angoscia, è stata innanzitutto vicenda umana, personale, di individui messi irreversibilmente di fronte, più che agli altri, a loro stessi. E' stata l'ora della fedeltà ad un ideale, ad un modello di vita, a tutto ciò che nello schema storico di ciascuno aveva avuto e continuava ad avere un significato di struttura portante. Di questo si era fatto interprete il giovane ministro alla fine dell'estate 1944 in una conversazione radiofonica diretta ai giovani: “Non v’è maggior rinuncia di quella che un popolo compie rinnegando quanto il genio e la volontà dei suoi figli migliori hanno saputo creare. Niente può essere ripudiato del nostro passato, al di fuori degli uomini disonesti che hanno tradito l’idea alla quale avevano legato per giuramento la propria vita e la propria morte”.
Il 19 aprile 1945, anche Mezzasoma si trasferiva a Milano con Mussolini ed altri membri del governo. Con la serenità che gli era tipica, continuava ad attendere alle proprie funzioni. Il giorno 24 rimandava a Salò il suo capo di gabinetto per congedare il personale del ministero, corrispondere a tutti, in egual misura, una indennità straordinaria e per distruggere l'archivio riservato. In esso, tra l'altro, c'era tutta la documentazione relativa alle sovvenzioni elargite, sin da prima del 25 luglio, alla vasta schiera di giornalisti, scrittori, artisti, intellettuali in genere divenuti poi, nello spazio di 24 ore o giù di lì, i più frenetici aedi dell'antifascismo.
All’inizio di queste note si è accennato al suo commiato dai più diretti collaboratori nel tardo pomeriggio del 25, compendiatosi in quella proposizione lapidaria con la quale sanciva, in assoluta coerenza, La propria sorte. Di questa intransigenza, che era stata la costante del suo modulo esistenziale e che non veniva meno neanche in questo epilogo tragico coinvolgente la stessa sopravvivenza fisica, dava un’ulteriore testimonianza la sera del 26, mentre si trovava a Grandola, sopra Menaggio, con la colonna del Duce. Era stato raggiunto da alcuni conoscenti della zona, che gli prospettavano possibilità di salvezza e, con trepida, affettuosa insistenza, lo scongiuravano di andare con loro: “Non posso, ho sempre seguito Mussolini, debbo seguirlo anche ora”. Così, con un sorriso appena accennato, con quello sguardo, dietro le grandi lenti che ne accentuavano la profondità, nel quale la drammaticità dell'ora si stemperava in un alone di serena determinazione. La stessa con la quale si sarebbe separato dalla famiglia sforzandosi, con un atteggiamento studiatamente disinvolto e sbrigativo, di non turbarne l'equilibrio emotivo e di non cedere al proprio struggimento.
Fu fucilato dai comunisti il 28 aprile, sul lungolago di Dongo, con gli altri 14 che con lui, prima della scarica, dedicarono un triplice “viva" all'immagine di un’Italia che era già morta. Il giorno prima, mentre con gli altri prigionieri, all'interno del municipio, si apprestava a trascorrere l'ultima notte, con voce nitida e pura che sovrastava il vociare all'esterno del becerume allupato di carneficina, aveva ordinato il “saluto al Duce”. L'ultimo atto di fede, celebrato attraverso un rituale che, in quel momento, andava anche oltre la figura di colui al quale era dedicato per assumere significato di attestazione globale.
“La nostra meta ideale”: nell'articolo così intitolato, pubblicato su “Libro e Moschetto” del 24 febbraio 1940, Fernando Mezzasoma aveva scritto: “... per noi fascisti quello che importa non è di vivere a lungo ma di vivere degnamente...saper vivere e saper morire, su queste basi il fascista deve innalzare giorno per giorno, pietra su pietra l’edificio della sua mistica vita, una vita che è la sola che possa dare agli uomini le ali verso le altitudini”.
Giorno dopo giorno, preparando quello estremo del sacrificio, la meta era stata raggiunta.

Luigi Emilio Longo
UNA DELLE ULTIME AFFOLLATE SEDUTE DELLA SCUOLA DI MISTICA FASCISTA : FERNANDO MEZZASOMA REVOCA 
AL TEATRO ODEON DI MILANO IL SACRIFICIO DI NICOLO’ GIANI


PAVIA MARZO 1945




Fernando Mezzasoma nasce a Roma il 3 agosto 1907. Studia a Perugia dove il padre è impiegato della Banca d’Italia. Fondatore del GUF umbro, dirige il goliardico L’ASSALTO e si laurea in Economia. Lavora come stenografo ed è aviatore. Vice Presidente dal 1930 della Scuola di Mistica Fascista, fondata da Nicolò Giani, diviene condirettore di LIBRO E MOSCHETTO e dal 1937 è uno dei responsabili nazionali dei GUF - Gruppi Universitari Fascisti. Forte oratore, anima i Littoriali così giudicati dal un suo amico Fernando Feliciani ”fu tempo di ideali e non di ideologie, ideale che unisce, ideologie che dividono”.
Dal 22 febbraio 1939 è Vice Segretario PNF con Achille Starace, Ettore Muti e Adelchi Serena ed è Membro della Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Il 26 luglio 1943 si dimette da direttore della propaganda interna del Ministero della Cultura Popolare.
Volontario nella Seconda Guerra Mondiale, è Tenente con il 7° Reggimento Artiglieria della Divisione “Cremona” sul Fronte francese. Poi è in Africa Settentrionale con la Divisione “23 Marzo” che, inquadrata nel XIII Corpo d’Armata comandato da Annibale Bergonzoli, conquista il 16 settembre 1940 Sidi el Barrani e,dopo la ritirata, capitola il 5 gennaio 1941 nel difendere Bardia.
Dal 17 settembre 1943 è a Palazzo Wedekind, a fianco di Pavolini appena giunto a Roma dalla Germania, nella riorganizzazione del Partito. Radio Roma del 23 settembre 1943 annuncia che è Ministro della Cultura Popolare del Governo repubblicano. Sempre d’esempio a tutti, scuote ogni coscienza: l’adesione Graziani avviene dopo un suo colloquio con il Maresciallo d’Italia. A fine settembre con la moglie ungherese Anna Deri e le figlie Attilia, Giuseppina e Vittoria (il figlio Stefano Bellini nel 1991 si laurea con una Tesi sul nonno, relatore Renzo De Felice), è a Venezia, dove in Palazzo Volpi sono gli uffici della Sede bis del Ministero. A Venezia si trasferisce anche parte dell’industria cinematografica, al “cinevillaggio” della Giudecca, e l’Istituto “Luce”, in Palazzo Camerlenghi.
A fine ottobre 1943, con la metà dei seicento dipendenti, vengono resi funzionanti a Villa Amadei di Salò gli uffici di Segreteria, dello Spettacolo e del Capo di Gabinetto Gilberto Bernabei (diserta alla caduta di Roma, sostituito quale f.f. da Giorgio Almirante) e in altri edifici, in particolare nel Palazzo della Croce Rossa, sono attive l’Intendenza, le intercettazioni telefoniche, le cabine per i giornalisti e la Direzione Generale della stampa. L'Agenzia STEFANI è nelle Scuole elementari "Cervi". La STAMPA ESTERA rimane a Roma.
Operano a Milano uffici tecnici per le radiotrasmissioni e per la propaganda all’interno (comprese le Zone di Operazione), affidata a Ezio Maria Gray e a Cesare Rivelli e all’estero, affidata a John Emery (impiccato dai connazionali inglesi). Un successo del Ministero è “RADIO TEVERE, la voce di Roma libera”, diretta da Paolo Fabbri, che trasmette da Milano-Morivione. Il GIORNALE RADIO va in onda da Milano-Sempione e il direttore è Camillo Pennino.
Nel ruolo di Ministro, propone all’Assemblea PFR di Verona, che approva, l’abolizione della censura sulla stampa (Mussolini la ripristina il 31 maggio 1944). Dall’1 marzo 1944 gli Uffici del Ministero a Venezia e quelli rimasti a Roma sono diretti dal Sottosegretario Alfredo Cucco. A fine marzo 1945 tutto il Ministero si concentra a Milano. Ha una lunga corrispondenza con il poeta Ezra Pound, favorendo la scoperta di quel talento universale, ignoto in Italia. Il giornalista più frondista della RSI è Concetto Pettinato che il 21 giugno 1944 pubblica su LA STAMPA “se ci sei batti un colpo”: licenziato da quotidiano, si ripete attaccando il "gerarchismo" al 25 luglio 1943 sul terzo numero del periodico L’ORIZZONTE che, soppresso d’autorità, viene distribuito dalla X Mas.
Non più Ministro perché il Governo è sciolto, invita i più stretti collaboratori radunati a Milano dal 19 aprile a restare nella sede del Ministero. Raggiunge Mussolini a Como il 25 aprile, a tarda sera. Lo accompagna soltanto il concittadino Fernando Feliciani dal quale si separa a Menaggio, perché è uno dei due incaricati da Pavolini di portare ordini a quanti sono concentrati a Como, e allora gli affida la protezione della moglie e delle figlie.
E' uno degli assassinati il 28 aprile 1945 a Dongo (DO). Il 10 aprile 1959, per iniziativa del suo successore il 26 dicembre 1941 al vertice dei GUF Franz Pagliani e alla presenza della vedova Anna, viene commemorato a Perugia.